Ferrante Sanseverino e Isabella

Ferrante di Sanseverino fu l’ultimo, splendido, principe di Salerno, amante delle arti, generale di Carlo V e poi a lui ribelle, fuggì presso la corte francese e in Francia morì. La bella moglie Isabella non riuscì a ripristinare il principato.

L’ultimo momento di splendore di Salerno prima di un lungo declino, fu all’inzio del Cinquecento, quando Principe della città divenne l’ultimo dei Sanseverino, famiglia che ne aveva il feudo. Ferrante ereditò dal padre il titolo nel 1508, ancora bambino e lo tenne fino al 1552, quando si ribellò a Carlo V e fu costretto a fuggire, perdendo definitivamente ogni diritto. Da allora Salerno perse il titolo di Principato e la sua autonomia e le sue terre furono smembrate e vendute. 

Ma, prima della drammatica ribellione, Ferrante aveva esercitato i suoi diritti dividendosi tra il palazzo napoletano e il Castello di Salerno che aveva lussuosamente arredato e allestito. Si era circondato da illustri letterati come Agostino Nifo e aveva avuto come segretario Bernardo Tasso, il padre di Torquato. Aveva anche ridato vigore alla Scuola Medica ispirandosi ai principi longobardi e normanni. 

Fu generale di Carlo V e partecipò alla conquista di Tunisi, e ospitò l’imperatore a Salerno nel Palazzo Ruggi in via Tasso. 

Ma, opponendosi all’introduzione dell’Inquisizione spagnola nei territori italiani, entrò in conflitto con la Spagna e fu deposto dal principato e fuggì esule in Francia dove trovò la morte nel 1568. 

Sua moglie era la bella Isabella Villamarino, nobilissima, vera consorte di un Principe, oltre che donna di cultura e si sensibilità artistica. Affascinò Carlo V nella sua visita a Salerno, tanto da intrecciare con lui una corrispondenza intellettuale che è tuttora consultabile. E così ebbe un rapporto epistolare con l’arcivescovo di Salerno Seripando, uno dei protagonisti del Concilio di Trento. Dopo l’esilio del marito cercò più volte il perdono per lui e la sua figura dolente è rimasta  impressa nella cultura popolare che le ha dedicato racconti e canzoni: 

«Nun m' chiamate cchiù Donna Sabella
chiamatemi Sabella 'a sventurata
aggio perdut' trentasei castella
'a chiana 'e Puglia e 'a Basilicata
aggio perdut' 'a Salierno bella
ch'era 'o spass r' 'a disgraziata
'a sera m’imbarcaj int' 'a varchetella,
e 'a mattina m' truvai ‘negata.»

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