Masuccio Salernitano

Masuccio Salernitano, il maggior novellista del XV secolo, racconta la sua città nel Novellino, presentando luoghi ancora riconoscibili.

Masuccio Salernitano è certo il letterato più famoso della città. In una Salerno del Quattrcento rinata ai commerci e agli affari, Masuccio è narratore di fatti e personaggi spesso legati al mondo degli affari, a medici famosi, a luoghi ancora riconoscibili. Masuccio Salernitano (Tommaso Guardati), sembra che sia nato intorno al 1410 in Salerno. La nascita salernitana di Masuccio è attestata innanzitutto dall’appellativo che egli si diede, dai continui riferimenti a Salerno come sua città, in cui trascorse anche l’adolescenza e la giovinezza, iniziando i suoi primi studi. Si recò poi a Napoli con qualche incarico transitorio, che gli consentì di farsi conoscere ed apprezzare dal re Ferdinando, dal duca di Calabria, dalla di lui moglie Ippolita Maria Visconti e gli valse l’amicizia dei maggiori umanisti della corte aragonese, e tra questi Giovanni Pontano, che dedicò a Masuccio dopo la sua morte un significativo epitaffio.

Intorno al 1440 sposò Cristina de Pandis, da cui ebbe cinque figli, rientrò a Salerno come segretario del principe Roberto di Sanseverino e qui morì nel 1475.

Masuccio è autore del solo Novellino, libro composto da 50 novelle da cui si conoscono i temi dell’Autore: il suo moralismo, spesso spinto all’estremo, e il suo realismo tutto razionale. Anche nelle novelle più spinte verso il grottesco o il truce, mai il Masuccio indulge in cedimenti irrazionali o in spiegazioni fantastiche o magiche. Il realismo di Masuccio porta le ambientazioni delle sue novelle in molte parti dell’Italia e del mondo, con riferimenti precisi, quasi mai casuali. E quando parla delle città che conosce direttamente, ambienta le novelle in luoghi riconoscibili, noti, e lo fa privilegiando una scelta stilistica. A Napoli infatti sono ambientate le novelle  di tipo cortigiano e amoroso, e questa città è dunque teatro di vicende sentimentali, in uno sfondo nobiliare e di corte.

Salerno invece è la città dei mercati e degli affari: già il prologo è ambientato nella sua città e l’azione si svolge nella Drapparia, oggi  Via dei Mercanti: “nel tempo de la felice e illustra recordazione de la regina Margarita fu in questa nominata città un ricchissimo mercatante genovese (...). Costui dunque passeggiando un dì davanti il suo banco posto in una strata chiamata la Drapparia, ove erano multi altri banchi e botteghe de argentieri e sartori” (Novellino, prologo).E ancora: “Negli anni che la nostra salernitana città sotto l’imperio del glorioso pontefice Martino quinto si reggeva, in essa de grandissimi trafichi se faceano, e mercanzie infinite de continuo e d’ogni nazione vi concorreano.” (novella XII). Ancora: “Nel tempo che tra Napoli e le castelle fieramente se guerrieggiava, in Salerno più che in niun’altra parte del reame usavano mercanti d’ogne nazione; (...)”  (novella XL).

Città di mercanti e di medici, viene descritta Salerno e quindi di borghesia. E infatti la XIV novella viene dedicata “al prestantissimo messere Iacobo Solimena Fisico salernitano”, e quindi la tradizione della Scuola Medica durava negli anni di Masuccio, insieme con la memoria della Opulenta Civitas di epoca longobarda.

Ci sono altre novelle salernitane (la XIII: “Pandolfo d’Ascari vene straticò a Salerno; tolle muglie e male la tratta a letto (...);”. La XX “Sono già pochi anni passati, che in Salerno fu uno giovane chiamato Iacomo Pinto, il quale a ben che fusse del seggio de Portanova, ove communamente tenemo il senno della de la nostra città, a lui sarebbe stato più proprio e conveniente luoco per sua stanza il nostro paese del Monte, nel quale loro dicono essere la maiore parte de la rugine de’ nostri antiqui”, ci sono novelle con salernitani protagonisti (XVI “San Bernardino è ingannato da dui salernitani“).

Mi piace concludere questa descrizione delle novelle salernitane con una lunga citazione, che ci aiuta, non tanto a inquadrare luoghi geografici specifici ma luoghi dello spirito di Masuccio,

La Cava, città multo antiqua fidelissima, e novamente in parte divantata nobile, fu sempre abundantemente fornita de singulari maestri moraturi e tesseturi, de la cui arte o vero mistieri loro v’era sì bene avvenuta, che in dinari contanti e altri beni mobili erano in manera arriccati, che per tutto ‘l nostro regno non si ragionava d’altra recchezza che de quelle de’ caùti. De che se gli figlioli avessero sequiti gli vestigii de’ patri loro, e andati dietro l’orme de’ loro antiqui avuli, non sarebbero redutti in quella povertà estrema e fore de mesura, ne la quale al presente già sono. Ma fuorsi loro dispregiando le ricchezze acquistate in tal fatichevole mistiero. e qulle como a beni de la fortuna e transitorii avendo a nulla, sequendo la vertù e nobiltà como cose incommutabili e perpetue, univeralmente si sono dati a deventareno legisti e medici e notari, e altri armigeri, e quali cavalieri, per modo tale che non vi è casa niuna, che, dove prima altro che artigliaria da tessere e da morare non vi se trovava, adesso, per scambio de quelle, staffe, speroni e centure indorate in ogne lato vi se vedeno.” (novella XIX)

Se ci si dedica al lavoro, agli affari, all’industria, una città può crescere e rendersi florida, anche culturalmente, se ci si dedica a attività prive di legami col duro lavoro, allora iniziano i guai. Così la pensa il Masuccio, e forse non ha tutti i torti.

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